Pubblicato in: Extrafalarias, Letture

Letture: André Breton

André Breton
André Breton

Chi mi conosce sa che, in una certa fase della mia, vita ho fatto di quest’uomo un mito… credo di aver cercato, acquistato e letto tutto ciò che sia mai stato pubblicato in Italia e oltre… peccato per l’oltre non tanto compreso. Poeta ed intellettuale (parola tristemente in disuso, peggio che comunista, quest’ultima, almeno, valida come insulto) decisamente bellissimo, fondatore del surrealismo, movimento in cui mi sono praticamente riconosciuto e  che ho assunto come religione (scusate se è poco) …

I suoi libri, “I manifesti del surrealsimo”, “L’amour fou”, “Nadia”, “Arcano 17”, “Antologia dell’humor nero”, “L’immacolata concezione”, “Point du jour”, “L’arte magica” tutti avidamente letti e da cui sono stato molto contagiato (anche se a dire il vero ormai quasi completamente immune), raccontano di un’incredibile avventura dello spirito. Voto 9 (scala dei voti)

Per ciò che mi riguarda, il Primo Manifesto del Surrealismo (documento ca­pitale del movimento, pubblicato nel 1924) costituisce ancora una sorta di decalogo:

Tanto va la fiducia alla vita, a ciò che la vita ha di più provvisorio, la vita reale beninteso, che infine questa fiducia vien meno. L’uomo, questo sognatore definitivo, sempre più scontento della propria sorte, con disagio fa il giro intorno agli oggetti di cui è costretto a far uso, e che la sua indifferenza o il suo sforzo gli hanno offerto: quasi sempre il suo sforzo perché egli ha consentito di lavorare 0   perlomeno non ha rifiutato di tentare la sorte, quella che chiama la sua sorte! Il suo patrimonio è ora una grande mo­destia: sa quali donne ha avuto, in quali vane avventure si è immerso, la ricchezza o la povertà proprie non gli importano — a questo riguardo è ancora un bambino appena nato e in quanto all’approvazione della coscienza morale, penso che egli vi passi sopra agevolmente. Se conserva un po’ di chia­rezza non può che volgersi verso l’infanzia, la quale, per quanto sia stata dura e torturata dalla sorveglianza degli educatori, nondimeno gli appare ricca d’incanti. Infatti, in quella, l’assenza d’ogni costrizione conosciuta gli mostra una prospettiva di più vite condotte in una volta. Cosi egli si rafforza in tale illusione e non vuol più riconoscere che la facilità momentanea, estrema, di ogni cosa. Al mattino  fanciulli iniziano il giorno con gioia. Tutto è vicino, le peggiori condizioni materiali sono eccellenti. I boschi sono bianchi o neri, nessuno dormirà più. Ma è chiaro che non si saprà andare cosi lontano. Non si tratta soltanto di distanza. S’accumulano le minacce, si cede, si abbandona parte del terreno da conquistare. Quella immaginazione che non ammetteva limiti, non le si permette che d’esprimersi secondo le leggi di un’utilità arbi­traria; essa però è incapace d’assumere questa parte infe­riore e, verso i vent’anni, in generale preferisce abbando­nare l’uomo al suo destino senza luce. Cosicché, per quanto egli tenti più tardi, in un modo o nell’altro, di ritrovarsi, sentendosi mancare a poco a poco ogni ragione di vita, in­capace com’è di porsi all’altezza di una situazione eccezio­nale quale l’amore, non ci riuscirà affatto: è certo ormai che appartiene a una imperiosa necessità pratica, che non tollera più che la si perda di vista. Ogni suo gesto man­cherà d’ampiezza, ogni sua idea di spazialità. Ciò che gli avviene o può avvenirgli non si presenterà a lui che come una relazione di tale avvenimento con infiniti avvenimenti simili, avvenimenti ai quali non ha preso parte, avvenimenti falliti. Egli, credo, giudicherà in base a uno di questi avve­nimenti più rassicurante degli altri nelle sue conseguenze. E non vi scorgerà affatto la propria salvezza. Cara immaginazione, ciò che in te amo soprattutto è che tu non perdoni…

Queste, invece,  sono due fra le mie poesie preferite:

Gli Stati Generali frammento

Di’ ciò che è sotto parla Di’ ciò che comincia

E lucidami gli occhi che agganciano a stento la luce

Come un cespuglio che scruta un cacciatore sonnambulo

Lucidami gli occhi fai saltare questa capsula di maggiorana

Che serve a ingannarmi sulle specie del giorno

Il giorno se fosse lui

Quando sulle campagne passa l’ora della mungitura

Discenderebbe cosi precipitoso i suoi scalini

Per umiliarsi di fronte alla verticale di scintille

Che salta di dito in dito fra le giovani donne delle fatto­rie sempre streghe

Lucidami gli occhi a questo filo superbo che rinasce sen­za fine dalla sua rottura

Non lasciate che scarti ciò che è maculato

Ivi compreso lontano il gran rosone delle battaglie

Come una rete che sgocciola sotto lo spasmo dei pesci del tramonto

Lucidami gli occhi lucidali alla splendente polvere di tut­to ciò che han visto

Una spalla dei riccioli presso una brocca d’acqua verde Il mattino

Di’ ciò che è sotto il mattino sotto la sera

Che io abbia infine il compendio topografico di queste tasche esterne agli elementi e ai regni

Il cui sistema infrange la distribuzione ingenua degli es­seri e delle cose

E rivela al gran giorno il segreto delle loro affinità

Della loro propensione a evitarsi o a stringersi

All’immagine di queste correnti

Che s’attraversano senza penetrarsi sulle carte marine

È tempo di mettere da parte le apparenze individuali di un tempo

Cosi pronte a annientarsi in un solo callo di culi di man­drilli

Da dove gli uomini a legioni pronte a dare la vita

Scambiano un ultimo sguardo con le belle tutte insieme

Che porta via il ponte d’ermellino d’un guscio di fava

Ma lucidami gli occhi

Alla luce di tutte le infanzie che si specchiano insieme in una mandorla

Nel più profondo della quale per leghe e leghe

Si sveglia un fuoco di forgia

Che nulla inquieti l’uccello che canta fra gli 8

Dell’albero dei colpi di frusta…


L’unione libera

La mia donna dalla capigliatura di fuoco di legna

Dai pensieri di faville di calore

Dalla taglia di clessidra

La mia donna dalla taglia di lontra fra i denti della tigre

La mia donna dalla bocca di coccarda e di mazzo di stelle d’ultima grandezza

Dai denti d’impronte di sorci bianchi sulla terra bianca

Dalla lingua d’ambra e di vetro strofinato

La mia donna dalla lingua d’ostia pugnalata

Dalla lingua di bambola che apre e chiude gli occhi

Dalla lingua di pietra incredibile

La mia donna dalle ciglia a stampatello come la scrittura dei bimbi

Dalle sopracciglia di bordo di nido di rondine

La mia donna dalle tempie d’ardesia di tetto di serra

E di vapore ai vetri

La mia donna dalle spalle di spumante

E di fontana a teste di delfini sotto il ghiaccio

La mia donna dai polsi di fiammiferi

La mia donna dalle dita d’azzardo e d’asso di cuori

Dalle dita di fieno tagliato

La mia donna dalle ascelle di martora e faggiola

Di notte di San Giovanni

Di ligustro e di nido di scalarie

Dalle braccia di schiuma di mare e di chiusa

E di mistura di grano e di molino

La mia donna dalle gambe di razzo

Dai movimenti d’orologeria e di disperazione

La mia donna dai polpacci di midollo di sambuco

La mia donna dai piedi d’iniziali

Dai piedi di mazzi di chiavi dai piedi di calafati che be­vono

La mia donna dal collo d’orzo imperlato

La mia donna dalla gola di Val d’or

D’appuntamento nel letto stesso del torrente

Dai seni di notte

La mia donna dai seni di covo di talpa marina

La mia donna dai seni di crogiuolo del rubino

La mia donna dai seni di spettro della rosa sotto la ru­giada

La mia donna dal ventre d’apertura di ventaglio dei giorni

Dal ventre d’artiglio gigante

La mia donna dal dorso d’uccello che fugge verticale

Dal dorso d’argento vivo

Dal dorso di luce

Dalla nuca di pietra rotolata e di gesso bagnato

E di caduta di un bicchiere nel quale si è appena bevuto

La mia donna dalle anche di navicella

Dalle anche di lampadario e di penne di freccia

E di steli di piume di pavone bianco

Di bilancia insensibile

La mia donna dalle natiche d’arenaria e d’amianto

La mia donna dalle natiche di dorso di cigno

La mia donna dalle natiche di primavera

Dal sesso di gladiolo

La mia donna dal sesso di terra aurifera e d’ornitorinco

La mia donna dal sesso d’alga e di vecchie caramelle

La mia donna dal sesso di specchio

La mia donna dagli occhi pieni di lacrime

Dagli occhi di panoplia violetta e d’ago magnetico

La mia donna dagli occhi di savana

La mia donna dagli occhi d’acqua per bere in prigione

La mia donna dagli occhi di legno sempre sotto l’accetta

Dagli occhi di livello d’acqua di livello d’aria di terra e di fuoco

Annunci

Autore:

prof. Scienze

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...